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25 aprile 2026 – Discorso della Sindaca di Bergamo Elena Carnevali

Viva il 25 aprile. Viva la Repubblica. Viva l’Italia!

Sindaca durante il discorso

Descrizione

Saluto le Autorità, i rappresentanti delle associazioni partigiane e d’arma, voi, concittadine e concittadini.

È un piacere avere qui con noi l’On. Anna Ascani, Vice Presidente della Camera dei Deputati; la sua presenza ci onora e, specialmente in questa ricorrenza, richiama e rappresenta l’unità e la continuità delle Istituzioni.

Un ringraziamento sentito al Comitato Bergamasco Antifascista e al suo nuovo presidente Mauro Magistrati, che apprezziamo per l’energia, la competenza e la dedizione nell’Anpi.

Al presidente onorario Carlo Salvioni, va tutta la riconoscenza di questa piazza per il prezioso rigore civile dimostrato in questi ultimi 17 anni e per l’impegno nel tener insieme sensibilità diverse dentro un percorso comune.

E saluto Carlo Aresi, patriota bergamasco.

Care Sindache e cari Sindaci, è bello vedervi qui presenti con la fascia tricolore. Siamo il primo presidio sul territorio, eredi di quella stagione in cui, nel marzo del 1946, le libere elezioni riaprirono la strada ad istituzioni democratiche.

Siamo qui per onorare la Repubblica e quel principio sancito dall’articolo 114 dellaCostituzione, che riconosce agli enti locali pari dignità istituzionale e autonomia.

Il calendario oggi ci riporta a quei giornidecisivi della primavera del 1945, quando, dopo 20 anni di dittatura fascista e 5 di guerra, il popolo rialza la testa, con l’audacia di una comunità che sceglie di non piegarsi più alla paura, all’imposizione del silenzio, alla repressione.

I partigiani entrano in città. Bergamo torna libera. 

E con la libertà, torna possibile la democrazia, torna possibile la pace!

Democrazia e pace: due parole che uniscono i valori di questa piazza e che devono restare il faro delle nostre scelte, oggi come allora.

Due imperativi che rischiano di perdere il loro significato più reale, di fronte al cresceredelle “democrature” e dei nazionalismi.

Il Presidente Sergio Mattarella, nel suo ultimo intervento, ci ricorda che: “Libertà e pacesono beni resi fragili dalla dissennatezza e richiedono consapevolezza, impegno. 

Il prevalere della legge imposta da chi si ritenga provvisoriamente più forte è destinata a seminare lutti e distruzioni, aprendo a una condizione di conflitti permanenti, di barbarie nella vita internazionale”.

Papa Francesco parlava di una “terza guerra mondiale a pezzi”: oggi vediamo quanto quella intuizione fosse lucida, perché quei pezzi rischiano di ricomporsi in un conflitto sempre più ampio e pericoloso.

La comunità internazionale non può smettere di ascoltare le voci per le vittime di Gaza, del Libano, dell’intero Medio Oriente e del Sud Sudan, per chi vive sotto le bombe in Ucraina da quattro anni, per un mondo che fatica a ritrovarela strada della diplomazia e della pace.

Siamo di fronte alla normalizzazione della guerra come strumento di risoluzione delle tensioni che colpisce soprattutto i civili, in cui il diritto internazionale viene apertamente violato ed il diritto umanitario disatteso (Presidente Mattarella).

La fame e la privazione energetica sono ormai armi contro le popolazioni; l’impossibilità di avere acqua e cibo, ospedali e scuole, lavoro e casa, lasciano nella disperazione intere generazioni di bambini che nascono e crescono non conoscendo altro che guerra e macerie!!!

Il 25 aprile non è una ricorrenza rituale, ma una giornata perennemente viva. 

81 anni: eppure questa resta una festa giovane, che viviamo ogni anno come se fosse la prima volta.

Giovane come quelle ragazze e quei ragazzi che, da partigiani, hanno dato la vita per la libertà del nostro Paese.

Giovane come Giorgio Paglia, comandante partigiano a soli 22 anni, catturato il 17 novembre 1944 alla Malga Lunga dai fascisti della Legione “Tagliamento”.

Nonostante la promessa di grazia, essendo figlio di una medaglia d’oro, rifiutò di salvarsi da solo e venne fucilato insieme ai suoi compagni a Costa Volpino, non prima di scrivere alla fidanzata Maria Lucia Vandone “Carissima Cicci, stasera mi fucileranno. Non piangere troppo per me, saprò morire da soldato.

Quel “fiore del partigiano morto per la libertà” è molto più della tragedia di un’immagine: è il segno della vita che rinasce dopo il sacrificio e di una libertàche continua a vivere nelle nuove generazioni, anche in queste, anche in queste che hanno sfilato insieme a noi e riempiono questa piazza.

Generazioni che non rimangono a guardare ma che decidono di esserci. Che si mobilitano, come per il referendum di marzo – segno che c’è ancora, nel nostro Paese, una coscienza civica viva, che esercita il diritto fondamentale al voto verso chi voleva mettere in discussione l’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione.

Generazioni che continuano a chiedere giustizia sociale, climatica ed economica come pilastro democratico, uguaglianza come diritto universale, e pace come costruzione quotidiana consapevole.

È in questa continuità tra ieri e oggi che si riconosce il senso più profondo della nostra storia.

Anche coloro che fischiano, le voci critiche, quelle che si fanno sentire. Come diceva Sandro Pertini: libero fischio in libera piazza. È grazie alla democrazia se c’è spazio, nel rispetto per il dissenso, per il confronto, per la libertà di espressione!

La Resistenza è stata, anche nelle nostre città, un movimento plurale, che ha tenuto insieme cattolici e liberali, comunisti, socialisti e azionisti, monarchici e repubblicani.

Una risposta collettiva al buio della dittatura, un atto di coraggio animato da spirito unitario e nato dal desiderio di libertà e di giustizia.

E se, dopo quella sconfitta, l’Italia ha saputo riscattarsi e ritrovare dignità ecredibilità davanti al mondo, lo dobbiamo a chi scelse di resistere: abbiamo pagato colsangue dei partigiani la riconquista della dignità nazionale, come ricordò Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi del 1946.

La vittoria della Resistenza antifascista è infatti il presupposto giuridico della Costituzione italiana, il suo fondamento storico e morale.

È lì che essere italiani, essere patrioti, essere antifascisti, diventa tutt’uno.

È lì che si radica profondamente l’eredità democratica da cui nasce la nostra Repubblica.

Ai revisionisti contemporanei, a chi oggi festeggia solo San Marco, a chi si dice l’unico patriota: dico Ricordatelo!!! 

E se la pietà per i morti appartiene alla coscienza di ciascuno, la storia della Repubblica non nasce da entrambe le parti.

Non nasce da chi rimase accanto al fascismo e all’occupazione nazista, ma dalla parte di chi scelse la libertà. Confondere queste due storie non è pacificazione: è revisionismo.

Quest’anno è unadata importante,che sancisce un “triplo” ottantesimo.

Ottant’anni fa, il 24 marzo, si torna a votare per eleggere l’istituzione più vicina, per il proprio Comune.

Ottant’anni fa, il 2 giugno, il popolo italiano sceglie tra monarchia e Repubblica.

Ottant’anni fa, sempre il 2 giugno, viene eletta l’Assemblea Costituente che in diciotto mesi scrive la Costituzione: la Carta che ha garantito diritti e doveri, pace, alleanze e costruzione europea.

E in tutti questi appuntamenti, per la prima volta finalmente,votano anche le donne!!!

La libertà, da quel momento, passa dall’essere un ideale per cui si lotta, a una responsabilità che si esercita.

Ce lo racconta Nilde Iotti: “Sentivamo la gioia di essere finalmente libere, come italiane e come donne, e quella scheda su cui mani incerte o sicure tracciavano una croce, era per noi un simbolo di democrazia, di libertà e di aspirazioni finalmente realizzate”.

Le donne entrano pienamente nella cittadinanza, come riconoscimento che nasce anche da ciò che avevano già dimostrato durante la Resistenza: dedizione, abnegazione, coraggio.

Non solo staffette o nelle retrovie!

Le partigiane combattenti furono 35mila, e 70mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. Tra esse, quasi 5mila furono arrestate e torturate, 3mila deportate in Germania, 3mila fucilate o impiccate; oltre mille caddero in combattimento, e 19 vennero, nel dopoguerra, decorate con Medaglia d’oro al valor militare. 

Donne che portano quell’esperienza nella vita civile, nelle istituzioni, nella costruzione della democrazia come le prime elette al primo consiglio comunalecittadino del 1946: Betty Ambiveri e Giacomina Giavazzi.

Un percorso che accompagna e corre parallelo allo sforzo, più ampio e profondo, per la piena parità tra donne e uomini, che affonda le sue radici nei primi due decenni del Novecento.

L’articolo 3 della nostra Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza, aprendo la strada a conquiste progressive, rese possibili anche grazie all’impegno delle donne in Parlamento e nella società.

Tocca a noi, quindi, il compito di continuare il cammino, superando quanto ancora ostacola una reale uguaglianza: carriere intermittenti e part-time involontario, scarsa presenza femminile nei ruoli apicali, differenze retributive, in una società che troppo spesso costringe a scegliere tra lavoro e maternità.

Perché un Paese che perde costantemente in competitività, con tassi di occupazione e salari ancora più bassi in Europa, non si può permettere di sprecare i talenti delle donne e dei giovani, e deve rafforzarne le opportunità occupazionali.

Perché un Paese che sta affrontando la crisi demografica più grave di questo secolo non può indugiare a sostenere i servizi per l’infanzia, e non deve aver paura di concedere lo stesso tempo (oggi scarso) di congedo ai papà – come alle mamme – per il diritto e il dovere di accudire e crescere i figli.

Perché un Paese che si riconosce nell’Europa non può esitare a riconoscere la cittadinanza italiana ai bambini e ragazzi nati, cresciuti in Italia da genitori stranieri, che considerano la nostra nazione la propria casa, luogo per le proprie speranze e futuro.

Perché un Paese che investe meno della media europea nell’istruzione e nella ricerca deve tornare ad avere fiducia nel sistema, nella scuola e nella capacità di sorreggere chi è più svantaggiato. Deve creare lavoro qualificato, investire sull’innovazione e sostenere le imprese.

Perché uno dei Paesi che ha più sofferto gli effetti della pandemia non può investire solo il 6% del suo Pil in salute e lasciare che il diritto alle cure possa dipendere dalle disponibilità di una carta di credito!!!

Ma noi italiani abbiamo la forza per reagire!!!

È nella nostra determinazione che si fonda la tenuta della comunità, affinché nessun individualismo prevalga sulla cura del bene comune e la democrazia non impallidisca di fronte alle nubi che incombono sul domani.

La nostra comunità nazionale ha, come bussola, la Carta costituzionale, che orienta le nostre decisioni e misura la qualità della nostra vita democratica che non vive solo di maggioranze;

Ha come garante, l’integrità e la fermezza del Presidente della Repubblica; 

e ha come cuore, le idee e iprincipi saldi e forti della Resistenza e della Liberazione, patrimonio unitario del Paese!

Quella Liberazione di cui custodiamo la memoria, perché non vada mai smarrito il valore della libertà.

Viva il 25 aprile. Viva la Repubblica. Viva l’Italia! 

Ultimo aggiornamento: 28/04/2026