Descrizione
“Rivolgo un saluto alle autorità presenti, civili, militari e religiose, alle associazioni e a tutti i cittadini qui riuniti.
Un saluto particolare, e davvero sentito, alle ragazze e ai ragazzi delle scuole e ai loro insegnanti. La vostra costante presenza, il vostro impegno nel rinnovare il valore di questa giornata ne rafforza il significato.
Ci incontriamo per rendere omaggio alle vittime della Shoah e a tutte le persone perseguitate e uccise nei campi di concentramento e di sterminio: ebrei, ma anche appartenenti ai popoli Romani, persone con disabilità, omosessuali, dissidenti politici, internati militari, testimoni di Geova, vittime di un sistema di sterminio sistematico che ha segnato una delle pagine più buie della civiltà.
Il 27 gennaio del 1945 veniva liberato il campo di Auschwitz. Quel giorno segnò la fine di un luogo, ma non la fine di ciò che aveva reso possibile quell’orrore.
Per questo la Memoria non è mai solo uno sguardo alla storia. È una domanda rivolta al presente e al futuro. Un dono prezioso, affidato a ciascuno di noi perché possa essere consegnato, intatto e vitale, a chi verrà dopo.
Essere qui oggi non è un gesto rituale. Sappiamo bene che c’è il rischio che questa Giornata sbiadisca nella retorica delle celebrazioni o in una “ritualità consolatoria”. Per noi significa invece permettere all’oggi di incontrare il passato per comprenderne le conseguenze e, soprattutto, i meccanismi che hanno reso possibile la Shoah.
L’ha resa possibile, come ricorda Milena Santerini, vicepresidente del Memoriale di Milano, “l’obbedienza passiva a ordini in contrasto con la coscienza morale, l’abitudine a eseguire senza interrogarsi”, la forza della propaganda, la trasformazione dell’altro in un bersaglio fino alla sua completa disumanizzazione. Processi che hanno coinvolto anche persone comuni, trascinate dentro una spirale di legittimazione dell’ingiustizia, dalla sopraffazione della persona, fino a rendere accettabile ciò che accettabile non era.
Ricordare tutto questo è fondamentale: non solo per onorare le vittime, ma per riconoscere come l’esclusione, la discriminazione e la violenza possano prendere forma gradualmente, dentro la vita quotidiana, quando smettiamo di interrogarci sulle conseguenze delle nostre azioni e delle nostre parole.
Come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella:
«Auschwitz è il culmine di un sistema, punto d’approdo di un’ideologia barbara e disumana. […] Auschwitz è la conseguenza diretta delle leggi razziste, ignominiosamente emanate anche in Italia dal regime fascista e della furia antiebraica nazista, di cui il regime fascista e la Repubblica di Salò furono complici e collaboratori, fino alla “soluzione finale”.»
Un percorso che, anche in Italia, si concretizzò prima ancora della deportazione, con le leggi razziali del 1938 e con il cosiddetto Manifesto della razza, che diede una legittimazione pseudoscientifica alla persecuzione e alla negazione dei diritti. In quegli anni non furono solo i regimi a rendere possibile tutto questo, ma anche il silenzio, l’adattamento e la complicità di parti della società e delle istituzioni, che accettarono e giustificarono.
Viviamo in un tempo in cui parole cariche di odio tornano a circolare con inquietante facilità. In cui la semplificazione, la contrapposizione, la riduzione dell’altro a nemico diventano strumenti ordinari del linguaggio.
Ed è proprio così che il linguaggio si degrada e che parole solo in apparenza astratte finiscono per aprire la strada alla discriminazione. L’odio non nasce all’improvviso, ma inizia con la delegittimazione dell’altro e nella normalizzazione di espressioni che negano dignità e sicurezza a intere comunità.
È da questa consapevolezza che si è sviluppato il lavoro che la città ha scelto di costruire quest’anno, aperto dai racconti familiari, dalle vite di Nedo Fiano e Gianfranco Maris, due testimoni che, da percorsi diversi – la deportazione per ragioni razziali o per ragioni politiche – hanno deciso di trasformare il dolore in impegno pubblico. Un passaggio affidato alle voci dei figli, Emanuele Fiano e Floriana Maris, a testimonianza di un’eredità che attraversa le generazioni e vive solo se viene raccolta.
Mentre le voci dei testimoni diretti si fanno sempre più rare, ciò che cambia è la forma della responsabilità: da esperienza vissuta diventa patrimonio collettivo, una consegna affidata a ciascuno di noi, chiamato a farsi parte attiva di questo passaggio di testimone. In questo senso, non riguarda solo ciò che è accaduto allora, ma ciò che adesso siamo capaci di riconoscere, di difendere, di proteggere e di ripensare, dando nuove ragioni alla memoria. È questo il filo che attraversa l’intero programma di iniziative: un insieme di rigore storico, incontri, testimonianze, iniziative culturali e momenti di riflessione, pensati per tenere viva la storia e renderla capace di parlare al presente, grazie al lavoro dell’assessore alla Cultura, Sergio Gandi, e alla collaborazione delle istituzioni, dell’ISREC, delle scuole e delle tante realtà associative e culturali della città.
Per usare le parole della senatrice Segre, “la memoria è l’unico vaccino contro l’indifferenza”.
Nel contesto attuale, segnato da conflitti e guerre che colpiscono soprattutto le popolazioni civili, e attraversato da inquietanti segnali di regressione – il riemergere di derive autoritarie, la normalizzazione della violenza, l’uso della fame, delle privazioni basilari per vivere come strumenti per piegare intere popolazioni – questa lezione è più che mai attuale.
Nel suo messaggio di fine anno, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato con forza il valore della pace, ricordando le sofferenze dei popoli lacerati dalle guerre e denunciando l’inaccettabilità di chi la rifiuta perché si sente più forte. Parole che risuonano con forza anche per noi, qui in Europa e nel mondo, interrogandoci direttamente sul nostro futuro.
È in questo spazio di fragilità che il passato torna a interrogarci con maggiore forza.
Tenere insieme ciò che ricordiamo e ciò che viviamo oggi non è un esercizio semplice. Richiede attenzione e rigore.
Ricordare Auschwitz, oggi, non significa sovrapporre tutto, né confondere le responsabilità. La Shoah è il punto estremo di un progetto di annientamento totale, fondato sull’odio razziale, sulla disumanizzazione scientifica, sulla riduzione dell’essere umano a cosa. Non è soltanto l’orrore dei crimini a renderla unica, ma la logica che li ha resi possibili.
Come ha scritto Luigi Manconi, ciò che la distingue non è misurabile solo nel numero delle vittime o nell’efferatezza delle violenze, ma in quello che ha definito il “pensiero del lager”: il campo di concentramento come paradigma della “cosizzazione” dell’essere umano, della sua trasformazione in ingranaggio di un sistema fondato sul lavoro schiavistico, sullo sfruttamento totale dei corpi, fino alla cancellazione della dignità stessa.
È questo che fa dei campi di sterminio un abisso nelle pagine della Storia e ci obbliga senza ambiguità a condannare ogni forma di antisemitismo e custodire l’unicità della Shoah. E allo stesso tempo, difendere l’inviolabilità della vita umana e il diritto alla libertà e all’autodeterminazione dei popoli – così a Gaza, in Ucraina e in Iran – è un dovere civile e la base di una pace vera.
La nostra storia ci insegna che anche nei momenti più bui esiste sempre una possibilità di scelta. Scegliere di difendere i valori fondamentali di libertà, giustizia ed eguaglianza, anche quando farlo è difficile, anche quando è scomodo.
Che quel “mai più” non resti una formula, ma continui a interrogarci, ogni giorno, sul nostro agire come persone e come istituzioni.
La Memoria non serve a sentirci migliori, ma a renderci più consapevoli.
Grazie”.
Programma completo delle iniziative dedicate al Giorno della Memoria 2026

