Descrizione
Bergamo, 10 febbraio 2026 - Si sono svolte questa mattina le cerimonie istituzionali del Comune di Bergamo realizzate in accordo con la sezione di Bergamo dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia per il Giorno del Ricordo 2026.
Nella galleria alcune immagini, insieme al discorso della Sindaca Elena Carnevali pronunciato alla Rocca in apertura delle celebrazioni, e al programma generale delle iniziative di oggi e domani.
- Martedì 10 febbraio
- ore 9:00 Parco delle Rimembranze alla Rocca: interventi istituzionali, preghiera a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, deposizione di corone d’allora al monumento dedicato alle vittime delle Foibe
- ore 10:00, Chiesa di Sant'Andrea, via Porta Dipinta: Santa Messa in memoria delle vittime delle Foibe
- ore 11:30,via Tolstoj 7, piazzetta chiesa di Maria Immacolata: omaggio alla targa in ricordo degli esuli della Clementina.
- Mercoledì 11 febbraio
- ore 18:00, Palazzo Frizzoni, Aula consiliare, piazza Matteotti 18: Presentazione del libro “Italianità adriatica. Le origini, il 1945, la catastrofe” di Raoul Pupo. Sarà presente l’autore.
L’incontro è organizzato in collaborazione con l’assessorato alla Pace del Comune di Bergamo.
L’ingresso è libero. In allegato la locandina.
- ore 18:00, Palazzo Frizzoni, Aula consiliare, piazza Matteotti 18: Presentazione del libro “Italianità adriatica. Le origini, il 1945, la catastrofe” di Raoul Pupo. Sarà presente l’autore.
“Cari concittadini, autorità civili e militari, rappresentanti delle associazioni e soprattutto cari esuli e loro discendenti.
Il Giorno del Ricordo, istituito con legge nel 2004 per conservare e rinnovare la memoria della tragedia delle foibe, dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati e della complessa vicenda del confine orientale, ci richiama ancora una volta di davanti a una delle pagine più difficili e dolorose del Novecento italiano.
Una vicenda che ha segnato in profondità la vita di migliaia di nostri connazionali e che per molti anni è rimasta ai margini del racconto pubblico.
Il 10 febbraio 1947, con i Trattati di Pace di Parigi, l’Italia vide ridefinire i propri confini orientali: l’Istria, il Quarnaro e gran parte della Venezia Giulia passarono alla Jugoslavia.
Per circa 350.000 persone, appartenenti a ogni ceto sociale, si aprì la stagione dell’esodo. Un cammino segnato da lutti, sradicamento e incertezza, affrontato con la dignità di chi scelse di non rinunciare alla propria identità.
A quelle donne e a quegli uomini, alla sofferenza che hanno attraversato e alla forza con cui hanno saputo ricominciare altrove – anche qui, nella nostra città – rivolgiamo il nostro pensiero riconoscente, consapevoli del segno profondo che la loro presenza ha lasciato nella storia e nel tessuto civile di Bergamo.
Grazie alla tenacia di chi non ha mai smesso di testimoniare, questa vicenda è stata finalmente riconosciuta come una ferita che riguarda l’intera nazione, e non solo le comunità direttamente colpite.
Desidero quindi esprimere sincera riconoscenza all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e alla sua presidente provinciale, prof.ssa Maria Elena Depetroni, per l’impegno costante e appassionato con cui, negli anni, hanno contribuito a far conoscere una pagina di storia a lungo trascurata, a custodire i valori culturali e le tradizioni degli esuli e a mantenere vivo il legame profondo che unisce Bergamo a questa comunità.
L’esodo non fu un evento improvviso e isolato, ma un processo che si sviluppò in più ondate.
Una prima fase seguì immediatamente la fine della guerra, tra il 1945 e il 1947, con l’occupazione jugoslava e l’incertezza sul futuro di quei territori. Una seconda, ampia e dolorosa, si aprì proprio dopo il Trattato di Pace del 1947, quando molte famiglie compresero che il distacco dall’Italia sarebbe stato definitivo. E ancora nei primi anni Cinquanta – fino al 1952 e oltre – continuarono partenze silenziose, spesso individuali o familiari, di persone che non si sentivano più al sicuro o che non vedevano prospettive per sé e per i propri figli.
Fu quindi un esodo lungo, fatto non solo di grandi numeri, ma di scelte strazianti ripetute nel tempo, di valigie chiuse in fretta, di case lasciate per sempre, di vite sospese tra la nostalgia e la necessità di ricominciare.
Di fronte a un fenomeno così vasto e prolungato nel tempo, in un Paese che usciva stremato dalla guerra e attraversava a sua volta enormi difficoltà economiche e sociali, anche lo Stato italiano fu chiamato ad assumersi una responsabilità concreta.
La legge 137 del 1952 riconobbe formalmente la necessità di sostenere chi era stato costretto a lasciare la propria terra, prevedendo aiuti economici, accesso agli alloggi popolari e misure per favorire l’inserimento lavorativo. Un segno importante, che trasformò la solidarietà in impegno istituzionale.
Anche grazie a questi strumenti, molte famiglie trovarono una casa e un lavoro a Bergamo, intrecciando definitivamente la propria storia con quella della città e diventando parte viva del suo tessuto sociale, civile ed economico.
Ho avuto in questi giorni l’occasione di rileggere una ricerca realizzata alcuni anni fa dagli studenti del Liceo Scientifico Filippo Lussana e del Liceo Scientifico Lorenzo Mascheroni, che raccoglieva le testimonianze dirette di tanti esuli presenti sul nostro territorio.
Quelle interviste risalgono al 2010: oggi, per ragioni anagrafiche, molte di quelle voci non ci sono più. Proprio per questo quel lavoro assume un valore ancora più grande. È stato un lavoro serio e partecipe, che ha salvato memorie preziose, consegnandole alla città e alle nuove generazioni.
Bergamo fu per molti esuli uno dei primi luoghi in cui provare a ricominciare. Arrivarono famiglie provenienti da Pola, Fiume, Zara, spesso dopo viaggi lunghi e dolorosi. I primi furono accolti negli spazi della Clementina, dove trovarono un riparo di fortuna, un pasto caldo, e i primi segni di vicinanza che, pur tra difficoltà e diffidenze iniziali, seppe farsi concreta.
Con il tempo iniziarono i percorsi di inserimento: il lavoro, la scuola, una casa. Nel 1951, in viale Venezia, vennero consegnati i primi alloggi destinati ai profughi giuliano-dalmati, mentre alla Celadina prese forma una comunità numerosa che avrebbe intrecciato in modo stabile la propria storia con quella della città.
Nella ricerca si racconta di bambini che imparavano a parlare bergamasco nei cortili, di madri che accettavano qualsiasi lavoro pur di garantire un futuro ai figli, di uomini e donne che, pur portando nel cuore la nostalgia per la loro terra, scelsero di mettere radici qui, diventando parte viva della nostra comunità.
Ma prima del dramma dell’abbandono, c’è una pagina ancora più tragica, segnata dalla violenza e dalla morte. Nell’autunno del 1943 e poi, in modo ancor più esteso, nella primavera del 1945, si consumarono gli eccidi delle Foibe e le deportazioni: sparizioni, uccisioni, torture che colpirono militari e funzionari, sacerdoti e intellettuali, impiegati e semplici cittadini, spesso del tutto estranei al regime fascista, colpevoli di aspirare a un futuro di libertà e democrazia per sé e per i propri figli, resistendo all’imposizione di un nuovo regime totalitario.
La violenza che colpì gli italiani in quelle terre non può essere liquidata come semplice vendetta o regolamento di conti contro il fascismo.
Se è vero che il regime aveva a lungo oppresso le popolazioni slave, negandone diritti e identità, nulla può giustificare la brutalità indiscriminata che ne seguì, capace di travolgere anche persone innocenti e di spezzare migliaia di vite.
Le Foibe restano il simbolo più tetro di quella stagione di dolore, e proprio per questo il loro ricordo non può essere disperso in divisioni o rancori, ma va preservato, onorato e trasmesso alle nuove generazioni.
Nonostante le lezioni dolorose del passato, il nostro tempo è ancora attraversato da guerre, tensioni e violenze che riportano al centro dell’Europa e del mondo parole che pensavamo consegnate alla storia: invasione, distruzione, odio etnico, negazione del diritto internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino ad altre aree del pianeta, la convivenza tra i popoli, la tutela dei diritti umani e la forza delle istituzioni multilaterali sono messe a dura prova.
Proprio per questo il compito delle istituzioni non è solo ricordare, ma riannodare i fili della memoria con il presente, offrendo alle nuove generazioni strumenti per comprendere la storia e per non cadere nelle semplificazioni dell’odio e del nazionalismo esasperato.
E tuttavia, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica, l’Europa ci consegna anche una lezione diversa: popoli e Stati che per secoli si sono combattuti condividono oggi uno spazio comune di diritti, cooperazione e democrazia. L’Unione Europea ha rappresentato il superamento della logica della dominazione e delle guerre fratricide, costruendo, tra difficoltà e contraddizioni, oltre settant’anni di pace, stabilità e sviluppo nel nostro continente.
È un cammino che non possiamo dare per scontato, e che va proseguito con coraggio e responsabilità, rafforzando la cooperazione tra gli Stati, sostenendo chi aspira a far parte di questa comunità e alimentando quello spirito europeo che mette al centro il dialogo, l’integrazione e il rispetto reciproco.
Le nuove generazioni, che studiano, lavorano e vivono insieme al di là dei confini, hanno già compreso questa sfida.
A noi spetta il dovere di non deluderle, trasmettendo loro, insieme alla memoria delle sofferenze del passato, il testimone della speranza.
Oggi, nel rendere omaggio alle vittime e agli esuli, rinnoviamo il nostro impegno a costruire una società capace di custodire la dignità di ogni persona, di praticare il rispetto reciproco e di promuovere una convivenza pacifica tra i popoli.
Grazie”.





